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Gli unici figli veri sono quelli che mettiamo al mondo

Non ho voglia di scrivere questo pezzo, per trent’anni ho pensato che la legge 194 che nel 1978 ha legalizzato l’aborto in Italia fosse una conquista acquisita e che non si sarebbe reso necessario il risostenerla, rimotivarla, rinnovare quel “giù le mani” che ogni giorno di questi tempi è necessario dire.

Ma ciò che più mi disturba, anche come donna, è il clima, il rumore di fondo che caratterizza questo rinnovato interesse per il tema dell’aborto. L’attenzione, anziché sulla libertà di scelta della donna, sulla lotta all’aborto clandestino, sulla maternità (e paternità) consapevole, sull’importanza di una legge che consente ad ognuno di regolare i propri comportamenti secondo coscienza, valori e credo assolutamente privati, viene ora indirizzata, catalizzata verso una dimensione emotiva che, mi pare, devii da un modo corretto di porre la questione.

Da Ferrara, folgorato sulla Via di Damasco, che ora ha fatto della “cultura per la vita” il motivo unico della sua esistenza, alla donna di un articolo di pochi giorni fa sulla Stampa la quale sente il bisogno di comunicarci, a distanza di vent’anni dalla sua esperienza abortiva, le devastanti conseguenze psicologiche di quella scelta e che camminando per strada vede in ogni giovane ventenne il suo figlio “ucciso”: sfumature assai diverse che hanno comunque un denominatore comune, quello di porre il “bene” da una parte sola.

E allora scendo anch’io nell’arena.

La mia interruzione volontaria di gravidanza di tanti anni fa non fu motivata da lacrimevoli cause, non fui ingannata, ne’ violentata, ne’ abbandonata da un uomo incapace di assumersi le proprie responsabilità, ne’ ero priva delle condizioni economiche con le quali prendermi cura del nascituro, ne’ ancora in una famiglia ostile ed incomprensiva. Quel concepimento avvenne all’inizio di un giovane ed appassionato amore, all’interno di un rapporto con una persona che non solo avrebbe desiderato che io portassi a termine la gravidanza, ma che anni dopo divenne mio marito e con il quale ebbi in seguito due figlie. Ebbene, la scelta di abortire fu mia, ebbe a che fare con la testa più che con il cuore, con la valutazione della mia maturità, dell’opportunità di avere un figlio in un momento in cui aspiravo ad altri obiettivi e ad altre crescite. Pensavo, e lo penso ancora, che per mettere al mondo un figlio bisogna sentirsi “pieni” di cose da dare ed io non lo ero ancora.

Non riesco a drammatizzare quell’esperienza, non fu piacevole, non fu priva di dubbi e tormenti, ma anche oggi, con il senno di poi, non riesco a pensare di aver sbagliato nell’agire come ho fatto nelle condizioni di allora.

Non è stato l’unico figlio mancato, il rimpianto e la nostalgia a volte sono anche più forti quando riguardano un figlio desiderato e che non è arrivato; non lo so, ma credo che gli unici figli veri sono quelli che mettiamo al mondo, quelli, sì, hanno diritto a tutte le nostre energie, attenzioni, dubbi e notti insonni. E non parlo solo di quelli che mettiamo al mondo noi stessi, ma i figli del mondo, quelli che muoiono di fame, di malattie, che non hanno una vita dignitosa, istruzione, amore, che non hanno niente.

Quelli sono i figli di cui dobbiamo occuparci, caro Ferrara.

Paola Gottardi

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