ATTIVITA' ASSOCIATIVE
Il nostro punto "G".
In occasione di un recente incontro a cui ho preso parte è stato spiegato il senso di un sistema di rilevazione che misura il livello distribuzione della ricchezza in una nazione. Il creatore di questo sistema, tal professor Gini, ha dato ovviamente il nome a questo indice, l’indice “Gini” per l’appunto. Il sistema consiste in questo: vi è un primo livello di misurazione di come si distribuisce la ricchezza tra le diverse classi sociali di una nazione prima dell’intervento dello stato, ed un secondo livello dopo l’effetto delle sue politiche di ridistribuzione.
Una nazione con più uguaglianza al suo interno dovrebbe avere uno standard di distribuzione della ricchezza già ad un buon livello prima dell’intervento dello stato e, dopo di esso, migliorarlo ulteriormente fino all’eccellenza. Un buon sistema di mercato, infatti, dovrebbe, di per se, consentire già una buona ridistribuzione alleviando il peso degli interventi pubblici (quasi sempre tasse).
Ma qual è la curiosità rilevante? Scoprire che gli Stati Uniti hanno un livello basso di ridistribuzione rispetto all’Europa e quindi un livello di disparità sociale maggiore? Certo che no, si tratta di una cosa facilmente immaginabile e conosciuta. No, la curiosità (tanto per cambiare negativa) riguarda noi, il “bel paese”. Il nostro “punto G” è, infatti, semplicemente allucinante e tristemente illuminante su tanta retorica sindacal-redistributiva.
Intanto distribuiamo la ricchezza molto peggio rispetto alla media europea: 0.23 l’Europa e 0.33 l’Italia (secondo l’indice Gini, ovvio), ma il paradosso è che il disastro principale non sta nemmeno in questo dato, già umiliante di per se. Misurando il livello di distribuzione della ricchezza tra le diverse fasce sociali operata dal mercato (prima dell’intervento statale) emerge che la percentuale è migliore del dato registrato ad intervento avvenuto.
Continuiamo a chiamarlo “punto G” per fare dell’ironia ma non c’è proprio nulla da ridere. C’è, invece, molto da riflettere specie per quelli che vivono ancora nei miti (e nei riti) di tanto sindacalismo social-solidale. Domanda: non c’è forse qualcosa da cambiare in un sistema che ridistribuisce la ricchezza per plasmare un paese più diseguale di quello che il “famigerato” mercato ci consegna?
Qualche giovane “bamboccione” ha recentemente coniato uno slogan: “proteggimi di meno ma includimi di più”. Bisognerebbe riflettere sul significato di certe frasi specie durante gli incontri con cosiddette “parti sociali” che rappresentano chi garanzie ne ha già (e spesso troppe) e non quelli che da quei tavoli sono fisiologicamente o generazionalmente esclusi.
Qualcuno non ha forse trattato il suo pensionamento a cinquantotto anni sulle spalle di chi in pensione non sa neppure se e come ci andrà?
Sorgono tante domande su questo “punto G” inclusa la constatazione che tante politiche di “sinistra” portano risultati di “destra” e/o il contrario? C’è da riflettere, si, ma solo per rompere degli indugi.
Flavio Martino