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IO E LE COMUNITA' ALPINE - Omaggio alla prima festa del galletto

Per molti è stato un simbolo su cui tracciare una croce per indicare una scelta, un voto, per me molto di più. E' stata la rivelazione di un legame, di una saldatura che nella mia biografia personale ha sanato una lacerazione di cui peraltro non ho sempre avuto coscienza. Mi chiamo Floris ma se mi chiamassi con il cognome di mia mamma farei Chabloz; c'é differenza ? Forse si ? Sciascia sosteneva che i nomi non sono neutri rispetto agli oggetti ed ai fatti che rappresentano perché li anticipano e li condizionano. Il Floris che c'è in me (mio padre), figlio di montanari ha lasciato nell'immediato dopoguerra il suo paese- Pietraporzio nella Valle Stura, in cerca di fortuna, non verso la Fiat a Torino a fare l'operaio, non verso la Camargue a fare il pastore di pecore, come i suoi compaesani, ma il forestale in Valle d'Aosta. Un montanaro tra montanari dunque, ma con una divisa a far perdere le tracce della propria origine, a rappresentare lo Stato. Uno stato distante, certamente poco amico di gente che per fame in quell'epoca, per vivere a Valsavarenche o a Rhêmes era costretta a tagliare alberi, di “frodo”, e lui il montanaro, diviso appunto da quella divisa, pagato per “perseguire” ciò che anche lui stesso avrebbe fatto al suo paese se non fosse partito. Le “distanze” sessant'anni fa, erano molto più marcate e profonde di come oggi noi le viviamo. Tra le Alpi Graie e quelle Marittime, oggi si va e viene, comodamente in giornata, a quei tempi solo per l'andata ci s'impiegava un intero giorno prendendo treni e corriere o avventurandosi in moto. Per comunicare tra Aosta a Cuneo non c'era l'sms che equipara oggi tutte le distanze, ma si prendeva carta e penna e la risposta, se tutto andava bene, arrivava nel giro di qualche settimana. La distanza fisica dal proprio paese impediva, più di oggi, la consapevolezza che il mondo che ti accoglie non è poi così diverso da quello di provenienza. Gli occhi del bambino che ero, mi rappresentavano mio padre, separato di quella comunità . Sarà perché nella casa in cui abitavo, a cavallo tra gli anni 50 e 60 , alle Villes Dessus di Introd, di domenica per giocare a scala 40, si riunivano De Simone, segretario comunale, Clara impiegata dell'Ufficio Postale e Silvio, daziere, tutti rappresentanti appunto di quello Stato, piuttosto lontano da quella gente che di lì a poco avrebbe conosciuto il boom economico e soprattutto avrebbe cominciato a vivere ed a beneficiare degli effetti dell'autonomia regionale. Mio papà per gli “introlins” era lo “ brigadgì”, il brigadiere, ma lui in fondo si sentiva, perchè lo era, uno di loro. L'origine dei miei genitori ha condizionato credo, non poco, il mio modo di vedere e di pensare, così come penso abbia influito il fatto di avere appreso e praticato il patois in età adulta. La “valdostanità” l'ho vissuta con sospetto perchè causa di quella estraneazione di cui ho parlato, il “maîtres chez nous” con fastidio, considerato l'internazionalismo che reclamava il 68 di cui ero comunque figlio. Mi sono sentito quasi straniero a casa mia perché rifiutavo la traduzione dell’identità in un credo politico, in una bandiera. Ecco perchè per me il Progetto “ Comunità Alpine” rappresenta nel mio piccolo “sentire”, una saldatura, una identità ricomposta, un riscoperta di ciò che lo Stato aveva diviso con le sue uniformi. In una epoca che suggerisce fortemente nella politica e nel vivere quotidiano, la dimensione multiculturale, l'avere ritrovato una propria identità, può risultare ingenuo o peggio, marginale. Sono convinto però che la capacità di essere solidali , di parlare e farsi capire da chi è diverso per pelle, religione o lingua, sia più facile per coloro hanno o si riconoscono un retroterra culturale o sociale, l'importante è che quel retroterra non sia vissuto come un fortino da difendere ma al contrario come un luogo fisico ed ideale per “accogliere”.

Luglio 2009

Piero Floris

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