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IL FEDERALISMO PROSSIMO VENTURO

E’ un momento di cambiamenti.
Non sappiamo ancora se grandi o piccoli, se l’entità della svolta che si para davanti a noi sarà tale da produrre rivoluzioni al nostro modo di essere e di vivere.
Ma cambierà di certo qualcosa.
Sento le voci dei saggi mormorare che anche questa volta, come in passato, in realtà non muterà nulla sotto il sole italiano: il debito pubblico aumenterà ancora (ma chi se ne importa, pagheranno le generazioni a venire) ci saranno un po’ di licenziamenti ma continueremo ancora per molto a vivere al di sopra delle nostre possibilità.
Così per la scure del federalismo fiscale: c’è tempo, la politica non è ancora pronta, se ne parlerà tra qualche anno…
Delle due una deve essere vera: o questi vecchi saggi leggono con malizia vera nella sfera di cristallo del nostro futuro e non dobbiamo preoccuparci, o si sta sottovalutando la criticità del periodo che, a medio termine, non pare riservare svolte positive.
 
Al di là dei tempi della decisione e dell’applicazione della riforma federalista e dell’impatto che essa avrà sulla ripartizione delle entrate pubbliche, una premessa riguarda i flussi che fino ad oggi sono giunti a sostenere la nostra amministrazione regionale.
Flussi sproporzionati rispetto al territorio ed alle funzioni, flussi immeritati da una politica incapace di indirizzarli e farli fruttare.
Alla funzione di sostegno e di stimolo dell’imprenditorialità, per creare un sano tessuto competitivo, si è preferito l’assistenzialismo, con la crescita del comparto pubblico che non produce ricchezza ed assorbe la maggior parte delle entrate pubbliche.
Non siamo stati capaci ad usare queste ricchezze: pagheremo per questo, senza poter mandare il conto a nessuno.
Dobbiamo esserne consapevoli.
 
Il primo problema che la nostra realtà di micro-regione pone in merito alle redistribuzioni delle entrate pubbliche è legato al ruolo assunto da chi destina queste entrate nei confronti dei soggetti che le ricevono.
Il solito problema di controllore e controllato che sono legati a doppio filo nelle scelte reciproche.
La prima regola dovrebbe svincolare i soggetti da rapporti di dipendenza, individuando automatismi di finanziamento per comuni e comunità montani indipendenti da momenti di valutazione “politica” dei beneficiari.
Ciò vale per tutti finanziamenti ulteriori rispetto a quelli previsti da flussi normali di cassa derivanti dall’applicazione di leggi automatiche, basate su parametri comunque oggettivi e condivisi o condivisibili, quali superfici territoriali, abitanti, altitudine…
 
Un secondo punto da affrontare riguarda la presenza di enti costosi e sui quali si dovrà a tempi brevi iniziare a discutere per valutare l’effettiva utilità della loro permanenza in vita.
Province e comunità montane sono le imputate principali.
Molte funzioni a loro delegate possono essere riaccorpate ad altri enti, con riduzione di costi di gestione, personale, strutture.
Vale per le nostre comunità il discorso, eccessive per numero, malate, almeno alcune, di gigantismo, sostanzialmente inutili rispetto a funzioni facilmente assumibili da uffici regionali e consorzi di comuni.
Ma è una vecchia storia.
 
Una terza considerazione riguarda invece le dimensioni assunte da molti enti ed il costo enorme che il loro mantenimento genera, sottraendo risorse agli investimenti che decrescono percentualmente di anno in anno.
Una riduzione del gettito fiscale, peraltro ipotizzabile viste le premesse, potrebbe azzerare la capacità di investimento dei nostri enti assorbendo le entrate per le sole spese correnti.
Non c’è cultura di spesa assennata in chi ha avuto per decenni il solo problema di spendere il troppo denaro che entrava annualmente nelle casse regionali.
Più che di Roma ladrona dovremmo parlare di Valle d’Aosta spendacciona.
 
Paolo Louvin

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